Disclosure Day e il grande equivoco della Disclosure: non saranno i governi a guidarla da soli di Simone Ranucci Brandimarte

Guardando Disclosure Day di Steven Spielberg ho avuto una sensazione diversa da quella che mi aspettavo. Non perché il film racconti qualcosa di sorprendente sul fenomeno in sé, ma perché propone una visione della Disclosure molto più moderna rispetto a quella che domina da decenni l’immaginario collettivo.

Spielberg non immagina la disclosure come un evento gestito esclusivamente da governi, eserciti o agenzie di intelligence. Al contrario, la rappresenta come un processo distribuito, nel quale whistleblower, giornalisti, ricercatori e semplici cittadini contribuiscono a far emergere la verità. Anche quando nel film vengono rappresentate strutture che per decenni hanno custodito informazioni riservate, la svolta non nasce da una conferenza stampa o da una decisione politica, ma dall’interazione tra individui, conoscenza e consapevolezza collettiva.

Questa visione è particolarmente interessante perché riflette quanto stiamo osservando nella realtà. Da una parte il Pentagono, il Congresso americano e alcune agenzie governative stanno contribuendo al processo attraverso rapporti ufficiali, audizioni pubbliche e una crescente trasparenza sul fenomeno UAP. Dall’altra parte, milioni di cittadini, giornalisti, scienziati e divulgatori stanno rendendo possibile una discussione pubblica sempre più matura e meno ideologica. Le due dinamiche non sono in contrapposizione: si alimentano reciprocamente e creano cultura, la cultura della Disclosure.

Per questo motivo ritengo che la disclosure non sarà il risultato dell’azione di un singolo governo né di una singola istituzione. Sarà un lavoro corale. I governi aiuteranno la società a comprendere alcune informazioni. La società aiuterà i governi a raccontarle. La scienza contribuirà a interpretarle. I media avranno il compito di diffonderle. Ed è probabilmente questa la lezione più moderna che Spielberg ci consegna: la verità, nel XXI secolo, non appartiene più a pochi. Appartiene a tutti coloro che sono pronti ad affrontarla.

Il dibattito sulla disclosure viene spesso rappresentato come una questione politica: qualcuno sa qualcosa e prima o poi deciderà di raccontarla al mondo. È una visione affascinante, ma probabilmente incompleta e non in linea con i tempi. Da un punto di vista sociologico, storico e statistico, emerge infatti uno scenario diverso: la disclosure sarà il risultato di un processo collettivo in cui istituzioni, comunità scientifica, media e cittadini avranno tutti un ruolo.

In effetti la storia insegna che le grandi trasformazioni culturali non sono quasi mai partite da un unico attore, dall’origine dei tempi. Le istituzioni tendono a formalizzare cambiamenti che la società ha già iniziato ad assimilare, mentre la società spesso acquisisce consapevolezza grazie a informazioni e segnali che arrivano proprio dalle istituzioni.

È esattamente ciò che sta accadendo oggi con il fenomeno UAP.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento che sarebbe stato impensabile soltanto un decennio fa. Il Dipartimento della Difesa americano e il Pentagono hanno confermato l’esistenza di fenomeni aerei non identificati meritevoli di studio. Sono stati pubblicati rapporti ufficiali, create task force dedicate, organizzate audizioni al Congresso e raccolte testimonianze di personale militare e dell’intelligence.

Queste iniziative non rappresentano necessariamente una disclosure completa, ma costituiscono un elemento fondamentale del processo. Hanno contribuito a spostare il tema dalla periferia del dibattito pubblico verso una discussione più istituzionale e scientifica.

Sarebbe quindi sbagliato sostenere che i governi non abbiano alcun ruolo. Lo hanno eccome.

Ma il loro ruolo è diverso da quello che molti immaginano.

Le rivelazioni del Pentagono, le audizioni parlamentari e le prese di posizione di alcuni rappresentanti istituzionali stanno contribuendo a creare le condizioni affinché la società possa affrontare il tema con maggiore maturità. Allo stesso tempo, la crescente attenzione dell’opinione pubblica rende possibile alle istituzioni affrontare l’argomento con minori resistenze culturali.

Si tratta di un meccanismo circolare. I governi aiutano la società a porsi nuove domande. La società aiuta i governi a parlare con maggiore trasparenza.

Secondo numerose rilevazioni internazionali, una quota crescente della popolazione ritiene plausibile l’esistenza di forme di vita intelligenti oltre la Terra. Tra le nuove generazioni questa percentuale è spesso superiore rispetto a quella registrata tra le fasce più anziane. Il tema non è più confinato a una nicchia culturale ma sta entrando progressivamente nel dibattito mainstream.

Questo significa che la questione non è più convincere le persone che qualcosa potrebbe esistere.

È arrivato il momento di svegliarci.

Non parlo di credere a qualcosa. Non parlo di accettare una teoria o un’altra. Parlo della necessità di osservare ciò che sta accadendo nel mondo con maggiore attenzione, curiosità e senso critico.

Negli ultimi anni governi, istituzioni militari, agenzie spaziali, ricercatori e media internazionali hanno iniziato ad affrontare apertamente temi che per decenni sono rimasti ai margini del dibattito pubblico. Le audizioni al Congresso americano, i documenti pubblicati dal Pentagono e le dichiarazioni di numerosi funzionari rappresentano segnali che non possono più essere ignorati.

Per questo rivolgo un invito alla popolazione, ai media e a tutti gli stakeholder della società.

Svegliamoci.

Svegliamoci dall’abitudine di delegare sempre ad altri la ricerca della verità. Svegliamoci dall’idea che alcune domande siano troppo scomode per essere poste. Svegliamoci dalla convinzione che ciò che non comprendiamo debba necessariamente essere ridicolizzato o ignorato.

Ai cittadini chiedo di informarsi, leggere, approfondire e sviluppare una propria opinione basata sui fatti.

Ai giornalisti e ai media chiedo il coraggio di affrontare questo tema con equilibrio, rigore e indipendenza, contribuendo a creare uno spazio di confronto maturo e costruttivo.

Agli scienziati, ai ricercatori e agli accademici chiedo di continuare a investigare senza pregiudizi, guidati esclusivamente dall’evidenza e dal metodo scientifico.

Alle istituzioni chiedo trasparenza e responsabilità verso una società che ha il diritto di comprendere la realtà in cui vive. Senza paura di essere inopportuni o di perdere consensi.

La disclosure non sarà un evento che qualcuno consegnerà passivamente all’umanità. Sarà un processo collettivo. Sarà il risultato della volontà di milioni di persone di comprendere di più, di fare domande migliori e di guardare il mondo con occhi nuovi.

La vera sfida del nostro tempo non è scoprire se esiste una verità più grande.

La vera sfida è essere abbastanza maturi da cercarla insieme.

Per questo il mio invito è semplice: partecipate. Informatevi. Fate domande. Pretendete trasparenza. Contribuite al dibattito.

La disclosure non appartiene ai governi. La disclosure appartiene all’umanità.

Questo è il messaggio di Spielberg assieme ad una grande fiducia nella nostra razza che, come specie e non come singoli individui, sarà in grado di accogliere una realtà diversa, in cui non siamo soli. Da un punto di vista sociale, religioso e politico. Siamo pronti.

Nonostante le evidenze ed il metodo che Spielberg ci indica rimane l’arcano di base: chi sono, perchè sono qui e che cosa vogliono. Non lo sappiamo.

Ma assieme, con empatia e coralità, è nostra missione capirlo.

Simone Ranucci Brandimarte

Simone Ranucci Brandimarte

Socio fondatore Oltre la Terra e Presidente Yolo e Digitouch