I file del Pentagono e il silenzio dell’Italia di Simone Ranucci Brandimarte
Da maggio 2026 il Dipartimento della Guerra americano rilascia a ondate centinaia di documenti UAP. Il mondo ne discute da mesi. In Italia la notizia è passata come un lancio d’agenzia.
L’8 maggio 2026 il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti — il nuovo nome del Pentagono — ha aperto al pubblico il portale war.gov/UFO, dando avvio al programma PURSUE (Presidential Unsealing and Reporting System for UAP Encounters). Da allora le pubblicazioni sono proseguite a scaglioni regolari: dopo la prima tranche di oltre 160 documenti, sono arrivate quella del 22 maggio, del 12 giugno, del 10 luglio e una quinta a inizio agosto, per un totale che ha ormai superato le 300 unità tra rapporti, fotografie, video a infrarossi, trascrizioni di missioni Apollo e cablogrammi diplomatici risalenti fino agli anni Quaranta.
Il materiale copre casi che il governo stesso classifica come irrisolti: dalle cosiddette “sfere fredde” avvistate nel Golfo dell’Oman durante un’esercitazione delle forze speciali USA, alle luci arancioni osservate nel Nord-Est americano, fino ai celebri debriefing degli astronauti Apollo su oggetti “sostanziali” nei pressi della Luna. Il Pentagono ha precisato più volte che la qualifica di “caso irrisolto” non equivale a una prova di origine aliena, ma indica semplicemente l’assenza di una spiegazione convenzionale definitiva con i dati oggi disponibili.
Il dibattito internazionale: analisi, scetticismo, follow-up
Se c’è un dato che colpisce, osservando la copertura estera, è la sua continuità. Negli Stati Uniti Scientific American ha raccolto le reazioni della comunità scientifica fin dal primo giorno: l’ex direttore dell’AARO, il fisico Sean Kirkpatrick, ha osservato che il rilascio, privo di analisi e contesto, rischia di alimentare più speculazione che chiarezza; il ricercatore indipendente e noto scettico Mick West ha derubricato buona parte del materiale a semplici punti luminosi ed effetti di parallasse, mentre organizzazioni come la Disclosure Foundation lo hanno accolto come un passo comunque significativo verso la trasparenza.
In Europa il tema è stato trattato con analogo respiro. La radiotelevisione svizzera RTS e diverse testate francesi hanno dedicato ampio spazio già alla prima tranche, con un taglio che ha alternato la cronaca istituzionale al fact-checking: il sito Korben, punto di riferimento della cultura tech francofona, ha pubblicato un’analisi dettagliata sui limiti tecnici dei documenti, sottolineando come gran parte del materiale sia priva di metadati radar utilizzabili e quindi non dirimente tra ipotesi di drone, riflesso ottico o fenomeno reale.
In Germania il quotidiano Tagesspiegel ha seguito con continuità le dichiarazioni del segretario alla Guerra Pete Hegseth, mentre altre testate tedesche hanno proseguito l’analisi tranche dopo tranche, arrivando persino a segnalare un dettaglio rimasto ai margini della cronaca internazionale: il 18 maggio 2026 la National Security Agency ha dovuto declassificare, separatamente, 334 pagine di materiale UAP che portavano la classificazione TOP SECRET UMBRA, uno dei livelli di segretezza più elevati dell’intera intelligence americana.
Negli Stati Uniti, in Francia, in Germania e in Svizzera la vicenda è stata seguita tranche dopo tranche, con expertise tecnica e scetticismo dichiarato. In Italia si è fermata al lancio d’agenzia del primo giorno.
L’Italia: la notizia c’è stata, il dibattito no
Sarebbe impreciso parlare di silenzio assoluto: ANSA ha dato la notizia l’8 maggio, seguita da TgCom24 e da poche altre testate generaliste in occasione della seconda tranche di fine maggio. Ma si è trattato, quasi sempre, di lanci di agenzia: la cronaca del giorno, senza un editoriale, senza un’intervista a un fisico o a un analista di sicurezza, senza un confronto con quanto veniva pubblicato all’estero. Nessuna testata generalista italiana ha seguito con continuità le tranche successive — quella di giugno, quella di luglio, quella di agosto — che pure hanno portato alla luce elementi rilevanti come il caso NSA appena citato.
A colmare il vuoto sono stati, come spesso accade in Italia su questi temi, i siti specializzati in ufologia e i portali di settore aerospaziale, che hanno prodotto le uniche analisi approfondite in lingua italiana disponibili nei mesi successivi al rilascio. Un lavoro meritorio, ma strutturalmente diverso da quello di una redazione generalista con accesso a fonti istituzionali, esperti di intelligence o fisici disposti a mettere la faccia su un tema ancora considerato, nel giornalismo mainstream italiano, poco serio.
È una dinamica che si ripete a ogni tranche: l’annuncio viene ripreso, la sostanza no. Nessun approfondimento sulle implicazioni per la sicurezza aerea, nessuna intervista a chi si occupa di analisi radar, nessun confronto tra la posizione ufficiale del Pentagono — che nega prove di origine extraterrestre ma riconosce centinaia di casi irrisolti — e le domande che la stessa amministrazione americana ha lasciato aperte.
Perché la differenza conta
Il punto non è se gli UAP siano o meno un fenomeno di origine non umana: su questo i documenti pubblicati, va ribadito con onestà, non offrono prove. Il punto è un altro, ed è squisitamente giornalistico: quando un governo alleato rilascia centinaia di documenti attraverso un programma ufficiale, con il coinvolgimento di FBI, CIA, NASA, Dipartimento di Stato e Casa Bianca, la stampa di un paese alleato dovrebbe quantomeno interrogarsi sul merito, non limitarsi a registrare l’evento. È quello che hanno fatto, con approcci anche molto diversi tra loro, colleghi negli Stati Uniti, in Francia, in Germania e in Svizzera. In Italia, per ora, quel passaggio non è ancora avvenuto.
Continueremo a seguire ogni nuova tranche del programma PURSUE, confrontando sistematicamente ciò che viene pubblicato con la copertura — o la sua assenza — nel dibattito pubblico italiano.
Il vero rischio: restare senza competenze
C’è un ultimo punto, forse il più concreto, che va oltre la cronaca giornalistica. Non si tratta solo di raccontare la notizia, ma di avere gli strumenti per leggerla. Ogni tranche del programma PURSUE porta con sé materiale che richiede competenze specifiche per essere valutato con rigore: analisi di dati radar e sensoristica, lettura di metadati video, fisica dell’atmosfera, storia dell’intelligence, diritto aerospaziale. Negli Stati Uniti questo lavoro viene svolto da fisici come Kirkpatrick, da ricercatori indipendenti come West, da testate scientifiche come Scientific American che dispongono di reti di esperti pronti a essere interpellati nel giro di ore. In Francia e Germania, come si è visto, anche la stampa generalista si appoggia a competenze tecniche consolidate.
In Italia questa infrastruttura di competenze è, ad oggi, quasi del tutto assente al di fuori di piccoli gruppi di appassionati e di alcune realtà associative. Non è un problema di curiosità mancante — il pubblico italiano, come dimostrano i numeri del portale war.gov/UFO, segue il tema con lo stesso interesse del resto del mondo — ma di infrastruttura: mancano cattedre, gruppi di ricerca, programmi accademici e redazioni scientifiche strutturate per analizzare in autonomia questo tipo di materiale, invece di limitarsi a tradurre o commentare ciò che viene prodotto altrove.
Senza una comunità tecnico-scientifica italiana capace di valutare in autonomia dati radar, sensoristica e materiale declassificato, il nostro paese è condannato a un ruolo di spettatore: destinato a leggere, mesi dopo, le conclusioni a cui altri sono già arrivati.
È una lacuna che ha un costo reale. Se la disclosure dovesse proseguire — ed è verosimile che lo farà, vista la cadenza ormai regolare delle pubblicazioni — il divario tra chi possiede gli strumenti per analizzare il fenomeno e chi si limita a osservarlo da fuori è destinato ad allargarsi. Significa restare tagliati fuori non solo dal dibattito pubblico, ma anche dalle eventuali ricadute industriali, scientifiche e di sicurezza che una vicenda di questa portata può generare. Costruire oggi, in Italia, competenze tecnico-scientifiche dedicate al tema UAP — nella fisica, nella sensoristica, nel diritto internazionale, nella sicurezza aerospaziale — non è un esercizio accademico di nicchia: è la condizione minima per non restare indietro nel momento in cui la disclosure dovesse davvero accelerare.
Simone Ranucci Brandimarte
Fonti
ANSA — Il Pentagono pubblica i primi X file sugli Ufo — https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/05/08/il-pentagono-pubblica-i-primi-x-file-sugli-ufo_4fee8b07-8390-433d-9baa-deb88c6289bf.html
Scientific American — Pentagon releases trove of new UFO files, but skeptics aren’t impressed — https://www.scientificamerican.com/article/pentagon-releases-trove-of-new-ufo-files-but-skeptics-arent-impressed/
RTS (Svizzera) — Les Etats-Unis déclassifient et publient 161 documents sur les ovnis — https://www.rts.ch/info/monde/2026/article/les-etats-unis-declassifient-et-publient-161-documents-sur-les-ovnis-29236518.html
Korben — Documents OVNI déclassifiés : 161 fichiers et zéro preuve — https://korben.info/ovnis-declassifies-pentagone-mai-2026.html
Tagesspiegel — Pentagon veröffentlicht erste geheime UFO-Akten — https://www.tagesspiegel.de/internationales/unbekannte-flugobjekte-pentagon-veroffentlicht-erste-geheime-ufo-akten-15576681.html
TodayWhy (edizione tedesca) — Pentagon UFO-Akten 2026: Was wurde wirklich enthüllt? — https://todaywhy.com/de/pentagon-ufo-akten-veroffentlicht-uap-enthullung/
Focus.it — UAP e Pentagono: pubblicata la quinta tranche di file segreti — https://www.focus.it/cultura/mistero/uap-i-vecchi-ufo-il-pentagono-pubblica-la-quinta-tranche-di-file-declassificati
TgCom24 — Ufo, il Pentagono pubblica nuovi file — https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/ufo-pentagono-nuovi-file_112437755-202602k.shtml
Simone Ranucci Brandimarte
Socio fondatore Oltre la Terra e Presidente Yolo e Digitouch
